OPETH: Deliverance & Damnation 2002-2003-2015 3 LP SIGILLATO Steven Wilson RARO
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Dec 29, 2023 Sold Date
Mar 10, 2023 Start Date
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Description

OPETH

Deliverance & Damnation -

NUOVO & SIGILLATO - NEW & SEALED
2015
EAN: 888750942814
- 3 × 180g black vinyl - New stereo mixes by Steve Wilson (Damnation) and Bruce Soord (Deliverance) - Redesigned artwork from original designer, Travis Smith
Sony Music - Music For Nations

TRACKLIST
Deliverance A1 Wreath
B1 Deliverance
C1 A Fair Judgement C2 For Absent Friends
D1 Master's Apprentices D2 By The Pain I See In Others
Damnation E1 Windowpane E2 In My Time Of Need E3 Death Whispered A Lullaby
F1 Closure F2 Hope Leaves F3 To Rid The Disease F4 Ending Credits F5 Weakness
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Recensione di "Deliverance" tratta da truemetal.it (voto 90)
Nuovo album per la straordinaria band che forse più di ogni altra negli ultimi anni ha fatto parlare di se per l’altissima qualità dei propri lavori e l’incredibile capacità che sembra dimostrare di poter sfornare un capolavoro dopo l’altro: gli Opeth. Negli ultimi anni gli Opeth sono diventati sinonimo di capolavori indiscussi, in particolare dopo l’ultimo strepitoso Blackwater Park. Ora con questo Deliverance sembrano essere arrivati all’ennesimo varco in cui si sottoporranno al giudizio del pubblico e della critica. Naturalmente la domanda che tutti si stanno ponendo è se questo Deliverance è il nuovo capolavoro che tutti si stavano aspettando oppure il primo flop di questa incredibile band. Beh, per tutti coloro che avevano intenzione di acquistare questo disco a scatola chiusa fidandosi del nome ho un solo commento: avete fatto bene! Infatti gli Opeth non deludono assolutamente le aspettative che i fan potevano avere nei confronti di questo album e piazzano un’altra zampata vincente sfornando l’ennessimo bellissimo album, ma ora basta gingillarci in chiacchiere e passiamo subito a parlarne. Devo confessare che quando recensisco album belli come questi mi sento un po’ in colpa e quasi mi sembra di fare un torto a coloro che leggeranno la recensione perché sono convinto di togliergli un po’ di magia rivelando loro prima cosa andranno ad ascoltare una volta che avranno il cd nel loro lettore. Ma bando alle ciance, come metto l’album nello stereo mi accorgo che il tempo di riproduzione del disco è di oltre 60 minuti e le tracce sono 6, quindi una media di 10 minuti per traccia, decisamente niente male. Schiaccio il tasto “play” e vengo investito dall’attacco di batteria di Lopez che mi aggredisce con una potenza incredibile, così comincia Wreath, forse la canzone più devastante di tutto il disco e più in stile tipicamente black con chitarre graffianti, batteria martellante e voce dall’oltretomba. Ma ovviamente questo è solo l’inizio perchè presto l’attacco sonoro dell’inizio va spegnendosi lasciando spazio ad atmosfere più tranquille e diciamo più tipiche degli Opeth. Lungo gli oltre dieci minuti della prima canzone trovano spazio un po’ tutti gli stili musicali a cui ha legato il proprio nome la band, dalle musiche più violente e black degli inizi alle atmosfere più riflessive, più dark e gothic che sono col tempo diventate marchio di fabbrica del gruppo. La seconda song è la titletrack e comincia anch’essa con un attacco violento di chitarre, ma poi va quasi subito spegnendosi lasciando il posto alla voce pulita che nel corso della canzone si alternerà al cantato growl così come le parti lente si alterneranno a quelle più violente. Una canzone che però dura oltre 13 minuti e che non è letteralmente possibile raccontare tutta in un articolo, 13 minuti di musica con tante e tali idee che a un altro gruppo probabilmente sarebbero bastate per farne un disco intero. A Fair Judgement inizia con un lento giro di piano, triste e malinconico su cui la voce pulita inizia a cantare con aria afflitta, poi in un crescendo la canzone salirà di tono e attaccherà la chitarra elettrica per trasformare ripetutamente la canzone nei 10 minuti che la compongono. Questo è l’inizio della terza canzone che però è così ravvicinato alla fine della precedente da far quasi pensare a una continuazione della seconda traccia, così come la seconda era attaccata alla prima, al punto che a un primo ascolto ho quasi pensato a un disco di una sola canzone separata per comodità in più brani. La quarta traccia, la strumentale For Absent Friends è la canzone più corta di tutto il disco e meraviglia, in confronto alle alte canzoni, che duri solo poco più di 2 minuti; due minuti di chitarra acustica, lenta e ispirata. Si torna però a pestare con Master Apprentices che si apre con un granitico riff di chitarra elettrica. Canzone che rimane per tutti i primi cinque minuti su voce growl, riff pesanti e batteria pestata, anche quando si ricorre all’uso della voce pulita, ma poco dopo i cinque minuti compare la chitarra acustica che in compagnia della voce pulita stravolge completamente la canzone facendola diventare qualcosa di completamente diversa, quasi neanche più metal. Chiude l’album la sesta traccia By the Pain I See in Others, un’altra lunga canzone di oltre 10 minuti, in cui la componente violenta è più marcata degli stacchi lenti e riflessivi che sono molto pochi, così come la voce pulita che non viene quasi mai utilizzata. Un’annotazione e un consiglio per concludere, quando anche la canzone sarà finita non spegnete lo stereo ma lasciatela andare a avanti, c’è una sorpresa e dopo aver ascoltato la prima sorpresa lasciate andare avanti ancora il disco in attesa della seconda. Ancora una volta sono rimasto piacevolmente sorpreso di fronte a questo nuovo album degli Opeth, un gruppo dalle mille sfaccettature, con una vena creativa quasi senza fine, in grado di sfornare uno dopo l’altro album dal livello qualitativo straordinario e di essere in grado di fondere metal cattivo, black, gothic ad atmosfere che ricordano da vicino certi lavori dei Pink Floyd e dei primi U2. Per concludere gli Opeth hanno piazzato secondo me l’ennesimo disco eccezionale e che farà la felicità dei loro fans. Chi li conosce già sicuramente non avrà bisogno di questa mia recensione per andare ad accaparrarsi l’album, anzi, probabilmente l’avrà anche già comprato, per gli altri spero che vorranno tentare l’investimento e scoprire un gruppo straordinario come gli Opeth.
Recensione di "Damnation" tratta da truemetal.it (voto 90)
Eccoci qui, a pochi mesi di distanza dal precedente Deliverance a parlare della nuova fatica degli Opeth, cioè l’album intitolato Damnation. Un disco che ancora prima che uscisse aveva già fatto molto parlare di se e fatto fare molte supposizioni, alcune rivelatisi esatte, altre del tutto fuorvianti. Per mettere subito le cose in chiaro forse è meglio dir subito che questo album ha ben poco di metal al contrario dei suoi precedenti. I particolari che colpiscono maggiormente e a un primo ascolto sono fondamentalmente due, il primo è che l’album è cantato interamente in voce pulita, il caratteristico growl di Akerfeld non compare proprio nel disco neanche in passaggi minimi. L’altro particolare è che si tratta di un disco che potremmo definire acustico, i brani sono tutti pezzi lenti in cui le chitarre distorte sono bandite, per chi avesse tutti gli album della band o anche solo il precedente Deliverance, questo disco presenta 8 tracce che paiono come una evoluzione di quegli stacchi lenti con chitarra acustica che già si era imparato ad apprezzare nei lavori degli Opeth. Un altra caratteristica di questo album è che i brani sono mediamente più corti rispetto alle composizioni di anche più di 10 minuti un po’ classiche della band, in questo disco i brani di aggirano tutti in media sui 5 minuti con le dovute eccezioni come la prima traccia di 7.43 minuti e la sesta di tre minuti e mezzo. A un ascolto poi più approfondito si notano molte altre cose, sicuramente che la fonte d’ispirazione principale per questo album non possono che essere stati i Pink Floyd, da sempre uno dei gruppi preferiti di Akerfeld che sembra quasi con questo album abbia voluto tributargli il suo ringraziamento. Ovviamente questo disco è tutta farina del sacco degli Opeth, come non ci si può aspettare altrimenti da una band che da anni sforna capolavori uno dietro l’altro senza seosta e senza mostrare mai la corda. Alcune citazioni sono nettamente riscontrabili lungo tutta la durata dal cd, in primis nel suono della chitarra “alla Gilmour”, ma sicuramente l’atmosfera che si respira ascoltandolo non è certo quella di un album dei Pink Floyd, in questo album è la tristezza a farla da padrone e un’aria di oppressione e cupezza. Temi questi che non erano del tutto congeniali alla band inglese che prediligeva atmosfere lisergiche e suite più ariose, caratteristiche queste che l’hanno portata a divenire l’ideale colonna sonora degli acidi di più di una generazione. Un’altra piccola sorpresa la riserva la settima traccia “Ending Credits”, con questo brano si può notare a mio avviso la variegata ampiezza delle ispirazioni della band perché ci restituisce lo stesso gusto dei migliori Santana dei tempi di Abraxas. In conclusione sicuramente un disco da avere, come secondo me probabilmente tutti gli album di questa band eccezionale, ma che potrebbe far sorgere a qualcuno qualche dubbio in più. Si tratta di un cd né più complesso né meno degli altri che l’hanno preceduto, ma che è sicuramente diverso. Damnation è praticamente un album di prog anni ’70 che risulta sempre vivo e attuale, che non suona vecchio alle nostre orecchie di oggi e che forse non aggiunge nulla a quanto detto in questi anni, ma che sicuramente si fa sentire e che lascerà un segno in tutti gli ascoltatori.

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